UNA VITA IN FUMO

Press abstracts in English



PETIZIONE

CONTRO IL FUMO IN TV


Basta col fumo in TV !!!








22/07/2007

Libro di Allen Carr
   
ho letto il libro di Allen Carr "e' facile smettere di fumare se sai come fare" (prima edizione il 1985)
e mi ha fatto una buonissima impressione.
Si legge molto facilmente, e sul fumo dice tutta la verità: si fuma per il lavaggio del cervello che ci è stato fatto  e continua a essere fatto,e per la nicotina che è una droga.
Si vuole smettere  piu quando diventa "non accettato" socialmente, che per i rischi per la salute.
Il metodo della "buona volontà" non funziona. Funziona liberarsi dal lavaggio del cervello e rendersi conto che
 l' astinenza da nicotina non da gravi malesseri.

Prezzo: 10 euro.

cristina

20/07/2007

Caccia all'erede della sigaretta

WASHINGTON - Gli eredi dell'uomo che inventò le sigarette due secoli or
sono ora tentano di "disinventarle". Non è pentimento, il loro, è
"business", è strategia aziendale. A 150 anni dalla malefica invenzione
di un tabaccaio londinese chiamato Philip Morris che sembra essere stato
il primo ad arrotolare una sigaretta e a venderla nel 1861, il colosso
americano della cicca che da lui prende il nome cerca, o finge di
cercare, un modo per salvare insieme i suoi giganteschi profitti e
qualche vita.

Lancia sul mercato la sigaretta da masticare, una presa di tabacco
chiusa in una bustina da tè da succhiare tra gengive e guance, per dare
al vizioso la dose di nicotina senza il fumo, la puzza, i danni, le
occhiatacce e soprattutto le stangate in tribunale.
Gli eredi del tabaccaio di Londra che fece fortuna vendendo sigarette ai
reduci dalla Crimea dove avevano contratto il vizio di quella pianta
arrivata dalle Americhe, hanno cominciato dal Texas per collaudare
questo nuovo prodotto battezzato con il nome assai poco elegante e molto
otorinolaringoiatrico di "Snus". Sono partiti dal Texas perché è in
quello Stato, e in altri del Sud, che il tabacco da masticare e da
sputare in scaracchi catramosi che produce 3 miliardi di dollari annui,
è più diffuso tra bovari, petrolieri e rancheros e dunque questa
"sigaretta da masticare" potrebbe trovare più clienti.

Della salute dei consumatori, naturalmente, alla Altria, la società che
ha nel proprio portafoglio la Philip Morris con i suoi marchi celebri
come Marlboro, importa assai meno che mantenere i quasi 70 miliardi di
dollari in vendite annue complessive. Nel declino costante del consumo
di sigarette sul mercato americano, dove fumano ancora il 25% dei maschi
e il 23% delle femmine, il problema della Philip Morris è trovare nuove
forme per vendere tabacco senza provocare l'effetto secondario più
dannoso per i propri bilanci: le querele collettive e individuali per
danni che nel 1998 si coagularono nella più gigantesca ammenda
finanziaria mai inflitta da un tribunale: 246 miliardi di dollari da
spalmare in 25 anni.


Ora questa bustina che suona come uno starnuto promette di eliminare, o
di ridurre del 98% secondo studi condotti in Europa e in Svezia dove è
già venduta, la pericolosità del tabacco fumato, aspirato o masticato.
Avvolto in una sorta di profilattico di cotone, lo "Snus" dovrebbe dare
al tabaccodipendente quel fix, della dose nicotina del quale l'organismo
ha desiderio lasciando comunque il sapore del tabacco, cosa che i
chewing gum sostituivi non fanno. Dopo il primo caffè del mattino o dopo
cena, i momenti critici per quell'82% di fumatori che vorrebbero
smettere e falliscono, il vizioso dovrebbe anziché accendersi una
sigaretta mettersi in bocca una bustina, insaporita alla menta o alla
cannella. Sforzandosi probabilmente di trattenere i conati di vomito.

La Borsa, che di queste trovate è sempre giudice ultimo e implacabile,
sembra ragionevolmente scettica, esattamente come lo è sempre stata di
tutte le campagne repressive, le tasse e le guerre al fumo, remunerando
ampiamente il vizio, uno dei migliori e più fedeli amici dell'uomo con
un costante aumento del titolo Altria. Se gli Stati Uniti non sono più,
e da tempo, una repubblica fondata sulle foglie di tabacco che alla fine
del XiX secolo rappresentavano un terzo del reddito nazionale e che,
nella piantagione di Jamestown in Virginia videro arrivare i primi
schiavi africani in catene comperati per coltivarlo, un abitante su
quattro che fuma rappresenta sempre un mercato di almeno 50 milioni di
consumatori.

Cina, Brasile e India producono ormai più tabacco degli Usa, dove le
storiche città del Maryland, della Virgina e delle Carolinas costruite
su sigari, pipe e sigarette come Winston-Salem, hanno da tempo smesso di
dipendere da questa pianta dall'etimologia incerta, forse dall'arabo
tabbaq, forse dal linguaggio Taino dei Caraibi tabago. E l'onda montante
dei divieti e delle restrizioni al fumo continua a salire, spinta dal
panico del "fumo secondario" e dalla ormai dichiarata inaccettabilità
sociale di questo vizio che non ha difensori né fan, come la marijuana.
L'industria cinematografica, che tanto aveva fatto per diffondere nel
mondo il fascino della sigaretta fra le labbra di un Cary Grant o di un
Gary Cooper, oggi riserva la cicca ai "cattivi" dei film e ai personaggi
sgradevoli, mentre la lobby anti fumo sta premendo perché vengano
comunque vietati ai minori di 18 anni (l'età minima richiesta per
comperare un pacchetto con presentazione di documento) tutti i film nel
quali qualcuno, buono o cattivo, bello o brutti, fumi, con valore
retroattivo.

Lavoratori dipendenti sono passibili di licenziamento, se fumatori, e
madri sono state condannate dai tribunali per maltrattamenti avendo
fumato in una casa dove è presente un bambino piccolo.
La ripugnante bustina di polvere di tabacco, che per il vicino o il
passante o il figlio non dovrebbe costituire un fastidio peggiore del
continuo ruminare di gomma o di popcorn al cinema, sarà venduta in Texas
al prezzo medio di un pacchetto di sigarette, tre dollari e mezzo, in
confezione da 12, per raggiungere il dosaggio medio quotidiano di
nicotina di un fumatore di 15 sigarette, quante appunto si calcola ne
consumi un tabagista americano, assai meno delle 25-30 fumate in Asia,
in Cina e Giappone, l'ultima mecca degli eredi del tabaccaio di Londra
Philip Morris. Se funzionerà, nonostante lo scetticismo di Wall Street
che già vide fallire qualche anno fa l'esperimento di una sigaretta che
bruciava senza produrre fumo e dunque querele per danni, i venditori di
tabacco avranno salvato vite e profitti. E un nuovo Humphrey Bogart darà
l'addio a Ingrid Bergman masticando una bustina di Snus. Non sarà un
grande passo avanti per l'arte cinematografica, ma la salute prima di
tutto.




Il fumo uccide i cinesi ma ingrassa lo stato
   

Sette yuan, quasi 70 centesimi di euro: è il prezzo di 1 pacchetto di
sigarette di media qualità a Pechino. Sio trovano ovunque, non solo
nelle tabaccherie, bar e ristoranti, che non potrebbero venderle,
aumentano il prezzo di qualche yuan. Nelle bancarelle di strada, aperte
24 ore, si comprano soprattutto marche contraffatte. In tutti i locali
pubblici è consentito fumare ed è raro vedere un cinese maschio senza
una sigaretta in bocca.
I dati sono impressionanti: secondo l'Organizzazione mondiale per la
sanità, ogni anno oltre 1 milione di cinesi muoiono per malattie
collegate al fumo e il numero è destinato a raddoppiare entro il 2025,
anche a causa del fatto che la Cina non ha un sistema sanitario
nazionale efficiente e pochissimi sottoscrivono le polizze private.
Il governo cinese ha ratificato nel 2005 il Trattato internazionale per
il controllo sul tabacco messo a punto dalla Oms. La Bloomberger global
iniziative to reduce tabacco use, una fondazione creata dal sindaco di
New York Michael Bloomberger, ha già stanziato 125 milioni di dollari
per la lotta al fumo in Cina e il governo si è impegnato ad attuare
politiche più restrittive, come introdurre scritte dissuasive sui
pacchetti e creare zone in cui il fumo è bandito. Ma il governo cinese è
anche i primo monopolista del tabacco al mondo e il suo atteggiamento è
per forza di cose ambivalente. Mentre firma il trattato sul controllo
del fumo, incassa circa 32 miliardi di dollari l'anno con le tasse sulle
sigarette, quasi l?% delle entrate.
Per combattere la dipendenza dal fumo Pechino spende appena 31 mila
dollari l'anno, ma intanto si accorda con la Philip Morris consentendo
al colosso del tabacco di distribuire i suoi prodotti in Cina, e
soprattutto copia le sigarette al sapore di frutta prodotte da alcune
multinazionali straniere che piacciono ai ragazzini. Il tabacco rimane
uno dei pilastri dell'economia cinese: i consumatori spendono più in
sigarette che in alcol o in prodotti per il benessere. "Il fumo
danneggia la salute, ma i divieti sul fumo in Cina minerebbero la
stabilità sociale" ha dichiarato il capo del monopolio di stato, Zhang
Baozhen, ricordando che "al crollo dell'Unione Sovietica ci furono
manifestazioni di piazza per la mancanza di sigarette. Lo stesso
succederebbe in Cina".
Il primo obiettivo dichiarato del governo rimane "una società armoniosa"
Anche per i fumatori.




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