27/04/2007
Riconosciuto il danno da fumo
ROMA
La salute del lavoratore può essere compromessa dal fumo eccessivo che è
costretto a respirare. E il datore di lavoro è obbligato a mantenere il
luogo di lavoro in condizioni di salubrità tali da non mettere per sua
negligenza a rischio le condizioni dei propri dipendenti. A prevederlo è
l'articolo 2087 del Codice civile e a ribadirlo è la Cassazione con la
sentenza n. 24404 depositata ieri. La pronuncia conferma la sentenza
della corte d'appello di Lecce, che aveva condannato la Rete ferroviaria
spa.
A citare in giudizio la società era stata una donna, ausiliario di
stazione, costretta a lavorare in un ambiente saturo di fumo, che le
aveva provocato una serie di malattie (tra cui rinite cronica,
agitazione pischica, tachicardia, cefalea e vertigini). Per guarire da
queste patologie la donna si era assentata dal lavoro per un tempo
prolungato e la società, trascorsi i 180 giorni di assenza, le aveva
trattenuto un terzo della retribuzione. Solo a distanza di tempo,
l'azienda aveva emanato un ordine di servizio per vietare il fumo in
ufficio.
Contro il taglio della retribuzione. la lavoratrice aveva chiamato in
giudizio l'azienda chiedendo, la restituzione della quota trattenuta e
il risarcimento del danno. Il tribunale aveva accolto la prima pretesa,
ma non la seconda, non perché inammissibile, quanto per la
«genericitàdelle deduzioni» sul punto del danno alla salute e delle sue
conseguenze.
La corte d'appello aveva confermato la sentenza facendo osservare come,
esclusa l'esistenza di una lesione permanente all'integrità psicofisica
della donna, rimaneva tuttavia accertato che le assenze dal lavoro erano
addebitabili a fumo passivo da sigaretta. L'impossibilità di effettuare
attività lavorativa era poi provata da certificati medici e
testimonianze.
La Cassazione, dal canto suo, non ha contestato in nulla le conclusioni
dei giudici di secondo grado. In più ha respinto la richiesta della
società, che aveva a sua volta proposto ricorso alla Suprema corte,
sostenendo la necessità di non affidarsi solo ai certificati medici di
parte, ma di disporre una perizia d'ufficio. Nulla da fare: per la
Cassazione non esiste un obbligo del giudice di ricorrere in ogni caso
alla consulenza tecnica d'ufficio, tenuto conto anche del tenore della
domanda.
Il riconoscimento del danno subito dal lavoratore viene così inserito
come effetto del dovere del datore di lavoro, previstto dal Codice
civile, a predisporre un ambiente di lavoro in regola con la disciplina
della sicurezza.
Diverso era stato il caso della corte d'appello di Roma che, nel marzo
2005, aveva per la prima volta riconosciuto il risarcimento, stimato in
200mila euro, per un decesso provocato da fumo, addebitando la
responsabilità, dopo avere fatto svolgere una complessa perizia, a Bat
Italia (che aveva rilevato Eti) per non avere informato a sufficienza il
fumatore del rischio mortale che correva.
La sentenza
- Corte di cassazione, sentenza n. 24404/2006 depositata il 16 novembre
2006
Il giudice del merito ha ritenuto raggiunta la prova che l'ambiente di
lavoro fosse saturo di fumo; che di ciò la X si sia sempre lamentata;
che l'attrice abbia perciò contratto una serie di malattie tutte
riconducibili al fumo; che le di lei assenze dal lavoro furono
giustificate da una malattia addebitabile a comportamento negligente del
datore di lavoro in termini di doveri di protezione (...).
Il giudice di appello ha ritenuto provato che le malattie della X erano
cagionate da intolleranza al fumo, presente nell'ambiente di lavoro,
sulla base delle certificazioni mediche acquisite. L'apprezzamento in
fatto al riguardo non è censurabile in Cassazione, in quanto
adeguatamente motivato. Non sussiste un obbligo del giudice di ricorrere
in ogni caso a una consulenza tecnica di ufficio, tenuto anche conto che
la materia del contendere, dopo la reiezione in primo grado della
domanda più importante, rimaneva limitata in appello alla restituzione
di una quota di retribuzione trattenuta a fronte di assenze per malattia
ascrivibili a causa di servizio.
Ancora su Philip Morris e e i film
New York, 20 novembre - Il più grande produttore di sigarette negli Usa,
il gigante Philip Morris, chiederà agli studi di Hollywood di non
mettere più sigarette nei film sulla scorta di studi recenti che hanno
dimostrato come l'esempio del cinema induce i giovanissimi al fumo.
Philip Morris pubblicherà inserzioni su giornali del settore come
Variety e l'Hollywood Reporter implorando produttori e registi: "Per
favore, non date alle nostre sigarette una parte nei vostri film". La
campagna pubblicitaria comincerà questa settimana e durerà parecchi
mesi, ha detto il portavoce di Philip Morris David Sutton, rivelando che
l'iniziativa è nata dopo incontri con executive del settore. Il progetto
anti-fumo della Philip Morris, che produce sigarette bestseller tra gli
adolescenti come le Marlboro, ha incontrato lo scetticismo della lobby
anti-tabacco: secondo Matt Myers, presidente di Campaign for
Tobacco-Free Kids, l'industria dei sogni non è stata finora minimamente
sfiorata da precedenti appelli per evitare che ragazzini siano esposti a
scene in cui gli attori fumano. "Hollywood - ha detto Myers, sostenitore
di un sistema di auto-censura che apponga il vietato ai minori di 17
anni non accompagnati da adulti per i film che contengono scene di fumo
- ha sempre ignorato il problema, e il problema non è soltanto quello
delle marche di sigarette che vengono messe in mostra". E anche Stanton
Glantz, capo del Center for Tobacco Control Research and Education alla
University of California di San Francisco ha sostenuto che le inserzioni
di Philip Morris sui giornali di spettacolo sono soltanto una mossa
pubblicitaria. "Anziché minacciare azioni legali agli studi che usano le
loro sigarette nei film, si limitano a mostrarsi rammaricati che
sigarette finiscano sul grande schermo".
e-gazette
Philip Morris, no uso nei film
NEW YORK, 16 NOV - La Philip Morris, il piu' grande produttore
di sigarette in Usa, chiede agli studi di Hollywood di non mettere piu'
sigarette nei film. La richiesta si basa su recenti studi che hanno
dimostrato come l'esempio del cinema induce i giovanissimi al fumo. La
campagna pubblicitaria del progetto anti-fumo Philip Morris iniziera'
questa settimana e durera' parecchi mesi con la pubblicazione
d'inserzioni su giornali del settore cinematografico come Variety e
l'Hollywood Reporter.
E' un'altro degli innumerevoli tentativi di Tabaccai & c. di darsi
un'immagine positiva.
Molto meno di una foglia di fico ...
21/04/2007
Non accanitevi sui fumatori
Non vedo perche' bisogna accanirsi tanto sui fumatori andando a pensare
addirittura di decurtare o recuperare i minuti persi dal lavoro. Allora
perche' non lo facciamo anche a chi va a fare colazione o a prendere il
caffe', p a chi fa 4 chiacchiere nei corridoi! Anzi perche' non
inventiamo una figura aziendale che cronometra i minuti lavorativi come
allo stadio e da' i minuti di recupero a fine turno! Non facciamo
arrivare tutto all'esasperazione soltanto per antipatie personali! Io
per la cronaca ho smesso di fumare ormai da 2 anni ma non la prendo
assolutamente con chi fuma.
Andrea Montemagno
E allora in ufficio fatevi le canne
Sono un fumatore, per fortuna lavoratore autonomo,
quindi nessuno penserà di decurtarmi lo stipendio.
Vorrei dare un consiglio ai fumatori dipendenti.
Dopo che questo governo ha raddoppiato il quantitativo
di cannabis per uso personale, fatevi una canna nell'orario
d'ufficio, per l'opinione pubblica sarà
sicuramente più concepibile che fumarsi una sigaretta.
GIUSEPPE GIAMBRONE
Quando la provocazione ha il tono sapido del nostro Giambrone
diventa più utile di cento editoriali. Partendo dalla mia idiosincrasia
per il fumo e, di riflesso, per i fumatori, posso serenamente
imboccare il vialetto liberale della difesa di un principio base:
l'eguaglianza tra umani. Vorrei capire perché va tutto bene se uno
si fa un solitario al computer o magari dà un occhio a un sito porno
e invece c'è da prendergli i soldi dalle tasche se va in cortile e si
fa una bionda (in senso tabagista, ovviamente). Sembra quasi che
tutto un mondo, me compreso, non aspettasse altro che una (sacrosanta)
legge dello Stato per accanirsi sulla categoria dei fumatori,
fino a pensare a forme di umiliazione varie. Va detto che per troppo
tempo questi signori l'hanno avuta vinta, spadroneggiando su
noi poveri non-fumatori, e temo che queste reazioni siano proprio
figlie di quel lungo e oscuro periodo. Ma, come si dice: a ognuno la
sua libertà, a patto di non superare il confine dell'altro. Quanto alle
canne evocate da Giambrone, quello del ministro Turco vi sembra
un provvedimento intelligente?
15/04/2007
Proposto
lo stipendio
decurtato
per chi fuma
OLTRE UN'ORA di
produttività sottratta all'azienda:
quattro minuti per
andare e venire dalla saletta
fumatori, sei minuti per finire
la sigaretta,
il tutto
moltiplicato
per 6-8 volte
al giorno. Il
calcolo del
tempo perso
dai fumatori
invece di
lavorare arriva
dall'associazione
dei
direttori del
personale
(Gidp), che
chiede il taglio dello stipendio
a chi fuma. La proposta,
fanno sapere i direttori, sarà
discussa coi sindacati. METRO
Togliamo i soldi
ai fumatori
Quando un dipendente si
ammala e accumula più di
un certo numero di giorni
di malattia, lo stipendio gli
viene decurtato del 50%.
Perché i fumatori vogliono
un trattamento migliore?
Se fumare è una "libera
scelta", come andare a fare
ginnastica o a un corso di
ceramica, allora fumino
fuori dall'orario di lavoro.
Se invece è una "dipendenza",
cioè una malattia, allora,
assentandosi per un'ora
al giorno necessaria per
fumare, accettino il decurtamento
dello stipendio,
come accade per gli altri
lavoratori ammalati che si
assentano per periodi lunghi
o ripetuti. CRISTINA V
10/04/2007
I MEDICI DEL SUD EUROPA FUMANO DI PIÙ
Un medico europeo su tre fuma. E nel bacino
del Mediterraneo, rispetto al Nord Europa, fuma di più (13 sigarette
conto 11), per più tempo (24 anni contro 18) e si ritrova probabilmente
in un nutrito gruppo di soggetti che non ha mai cercato di smettere (38%
del campione contro il 23%). Eppure, i medici del Sud Europa sono anche
coloro che condannano con maggior enfasi l'abitudine del fumo, quasi tre
medici su quattro, avvicinandosi così all'intolleranza dei colleghi
americani (78%). E' quanto emerge dalla ricerca Stop (Smoking: The
Opinion of Physicians), realizzata da Pfizer su circa 3. 000 medici di
Europa, Stati Uniti ed Asia e presentata oggi a Barcellona, nell'ambito
del Congresso della European Society of Cardiology. Come i loro colleghi
americani e asiatici, i medici europei in generale sono concordi nel
definire il fumare come il comportamento in assoluto più dannoso per la
salute. Ma sono sempre i medici del Sud a schierarsi con più
determinazione per definire il fumo come una condizione medica, cronica,
soggetta a ricadute (91% contro il 70% dei medici del Nord Europa), a
sostenere che il fumo dovrebbe essere considerato come una condizione
medica (86% contro il 56%), a premere perché il riconoscimento del fumo
come condizione medica spingerebbe più persone a smettere (79% contro il
49%). E seppur meno attivi quando si tratta di passare all'azione
rispetto ai loro colleghi americani e asiatici, nel raccomandare al
paziente di smettere (lo fa l?% dei medici europei contro il 99% in
America e 96% in Asia), nel chiedere quanto il paziente fuma (si informa
il 79% dei medici in Europa contro il 91% in America e l?% in Asia), o
nel raccomandare al paziente di fumare meno (40% in Europa contro 68% in
America e in Asia), anche qui i medici del sud si comportano decisamente
meglio. L?% rispetto al 79% dei colleghi del nord discute dei rischi del
fumo con i propri assistiti e quasi la metà rispetto ad uno scarso 40%
si affianca al paziente per mettere a punto un piano di azione per
smettere. Ma allora, qual è il medico ideale per liberarsi del vizio
della sigaretta? Mentre gli americani ritengono che la scelta sia
assolutamente indifferente, i medici europei (42%) e quelli asiatici
(51%) affermano che il medico più efficace è quello che è caduto nelle
braccia della "bionda" ma è anche riuscito a liberarsene. E sono
addirittura i medici del Nord Europa ad esserne più convinti, in quasi
la metà del campione contro il 33% dei medici del Sud, che tende invece
ad essere più salomonico. La ricetta auspicata è una soluzione integrata
di farmaci più efficaci (lo richiede il 74% dei medici europei), di
maggior formazione su come comunicare e motivare i pazienti (77%) e di
percentuali di successo più pubblicizzate (73%). Nel frattempo, però,
non sorprendetevi se, per smettere, vi viene prescritto un rimedio
erboristico. In questo, i medici europei sono peculiari rispetto ai
colleghi di America ed Asia: uno su quattro ve lo consiglierebbe. .
I MEDICI ITALIANI DIMOSTRANO UNA FORTE
CONSAPEVOLEZZA DEI DANNI DELLA SIGARETTA.
Il fumo non è un vizio. E' una condizione
medica, cronica, soggetta a ricadute e che crea dipendenza. E' così che
i medici italiani, concordi con i loro colleghi di 16 Paesi, definiscono
la piaga del tabagismo. Il dato emerge dalla ricerca Stop (Smoking: The
Opinion of Physicians), realizzata da Pfizer su circa 3. 000 medici e
presentata a Barcellona, nell'ambito del Congresso della European
Society of Cardiology. Per l'Italia, è stato intervistato un campione di
200 medici, 100 fumatori e 100 non fumatori. Quasi unanime il giudizio
dei medici di medicina generale nel definire il fumo come il
comportamento in assoluto più dannoso per la salute dei propri pazienti,
come affermano 2 soggetti su 3. Se chiamati a scegliere, addirittura la
metà del campione consiglierebbe la sedentarietà piuttosto che vedere il
proprio paziente con una sigaretta in bocca. Non solo: più della metà
degli intervistati (59%) considera il fumo come il fattore di rischio
più difficile da trattare viste le diverse componenti, sia fisiche che
psicologiche, di quello che, fino ad oggi, era considerato solo un mero
"stile di vita". Consapevoli, quindi, e inflessibili riguardo alla
serietà del problema. Ma di fronte alla responsabilità, i medici fanno
pendere il piatto della bilancia dalla parte dei pazienti. Il viaggio
verso il "no smoking" dipende soprattutto dal fumatore, sostengono i 2/3
dei medici, considerandosi coinvolti in misura minore (24%) e ritenendo
il Governo responsabile per l?%. Da parte loro, alla domanda "Nel caso
di pazienti fumatori, quante volte affronta il problema del fumo?" meno
della metà degli intervistati (42%) dichiara di discuterne nel corso di
ogni visita. E anche se 3 medici su 4 consigliano ai propri pazienti di
smettere di fumare, solo il 15% mette a punto insieme al proprio
assistito un piano di azione per liberarsi dal fumo, uno scarso 30% è in
grado di indicare quante sigarette fuma il paziente e meno del 10%
registra sulla sua scheda le abitudini del fumatore. Luci ed ombre della
lotta al fumo emergono anche dai trattamenti consigliati. Le percentuali
parlano chiaro: i medici mettono allo stesso livello i farmaci da banco
Nrt (terapie sostitutive della nicotina) e le terapie alternative come
l'agopuntura e la magnetoterapia (69 e 67% rispettivamente). Difficile
scegliere con certezza? Ad oggi sembrerebbe di si. Ed è lo stesso medico
a lamentarsene: 9 camici bianchi su 10 accusano la mancanza di linee
guida di riferimento. Il campione intervistato ritiene inoltre che, per
ottenere maggiori risultati e incentivare i fumatori ad abbandonare la
"bionda", sarebbe utile dare ampia visibilità alle percentuali di
successo (84% del campione), oltre a richiedere una formazione adeguata
per comunicare con i pazienti in maniera più efficace (81%) e disporre
di farmaci su prescrizione che garantiscano il successo in almeno 1
paziente su 3 (88%). .
USA: CORTE, OK A SIGARETTE LIGHT
Vittoria societa' tabacco, per ora niente stop a promozione (ANSA) -
WASHINGTON, - L'industria del tabacco americana potra' continuare
a pubblicizzare e vendere sigarette indicate come 'light'. Lo ha deciso
una Corte federale d'appello di Washington, bloccando gli effetti di una
sentenza di un giudice, secondo il quale le societa' hanno ingannato i
consumatori sui reali effetti sulla salute delle sigarette light. La
Corte ha accolto senza commenti la richiesta di annullamento del
provvedimento avanzata dagli avvocati di alcuni colossi del tabacco.




